© Ludovico Esposito

Potresti delineare brevemente il tuo percorso professionale? Quali sono state le tappe più importanti che ti hanno portato a diventare il fondatore di Sud Sonico a Lecce?
Ho iniziato a lavorare nel settore musicale nel 2012, occupandomi principalmente di marketing, comunicazione, organizzazione di eventi e ticketing per eventi di grande scala. È stato un periodo professionale di intenso apprendimento operativo, durante il quale ho potuto osservare da vicino le dinamiche economiche dell'entertainment. Un'esperienza che, già a 24 anni, mi ha permesso di comprendere dall'interno i meccanismi dell'industria musicale e dei progetti culturali, sia sul piano creativo che organizzativo.

Nel 2014 ho fondato una piccola agenzia indipendente, attiva tra Italia e Germania, focalizzata sulla promozione e comunicazione di progetti di musica contemporanea ed elettronica in Europa. Collaboravamo con artisti, spazi culturali e festival, accompagnandoli nell'ampliamento dei pubblici e nella costruzione di una presenza internazionale su media, blog e radio di settore. In quegli anni abbiamo gestito oltre 150 campagne, collaborando col blog più piccolo e indipendente alla BBC Radio, e costruito una rete articolata di relazioni professionali, contribuendo a sviluppare connessioni tra scene artistiche di nicchia ed ecosistemi culturali più ampi.

Nel frattempo, sono stato coinvolto nella progettazione e realizzazione di eventi indipendenti a Lecce. Questa fase, col senno di poi, è stata tanto sfidante quanto semplicemente determinante: mi ha portato a confrontarmi con aspetti legati alla gestione operativa, al rapporto con il pubblico, alla sostenibilità economica, e alla sicurezza e risk management, spesso in contesti caratterizzati da risorse limitate e da un'elevata complessità gestionale. In questo contesto ho sviluppato una forte capacità di adattamento e problem-solving, insieme a un approccio profondamente "hands-on", che nel tempo si è integrato con una crescente attenzione agli aspetti strategici, organizzativi e di soft skills. Nel corso degli anni ho lavorato in ruoli sia operativi che di direzione e coordinamento in oltre 200 eventi, tra musica classica, elettronica, jazz, pop ed altri linguaggi contemporanei e format quali convegni e corsi di formazione.

Il 2019 ha rappresentato un momento di svolta, perché nonostante i risultati raggiunti ho sentito la necessità di chiudere un ciclo e orientare il mio percorso verso una dimensione più coerente con la visione che avevo maturato: percepivo la cultura come un volano capace di generare valore per le comunità e contribuire al benessere delle persone, indipendentemente dal contesto geografico. Già dal 2016 avevo iniziato ad avvicinarmi alla progettazione internazionale e al fundraising, ambiti che nel 2019 ho scelto di sviluppare in modo più strutturato, fondando Sud Sonico. Questo percorso rappresenta ancora oggi la base della mia visione ed attitudine professionale, che porto sia nel lavoro con Sud Sonico sia nell'attività consulenziale. Se dovessi definirlo, tendo a dire che la mia è un'impostazione lavorativa radicata nell'esperienza strategica ed esecutiva, tendente all'innovazione, ed orientata a connettere contesti locali e dinamiche globali.

Quali formati e iniziative specifiche crea Sud Sonico?
Sud Sonico nasce da un'idea semplice ma ambiziosa: utilizzare la musica come strumento per migliorare la società. Nel tempo questa visione si è ampliata e articolata in diverse iniziative tra loro complementari e convergenti, mantenendo una forte coerenza con la missione originaria.

Da un lato, produciamo e curiamo progetti artistici, soprattutto nell'ambito della musica contemporanea ed elettronica, come AVANT Festival. Si tratta di un music boutique festival, volutamente intimo e non orientato alla dimensione di massa, pensato per offrire esperienze culturali di qualità, curate e con una forte dimensione artistica e sociale. In questo contesto la musica diventa uno spazio attraverso cui veicolare valori come solidarietà, giustizia sociale e cittadinanza attiva. Il festival è gratuito e accessibile, e ogni edizione è collegata al sostegno di una causa umanitaria concreta, sia in termini di sensibilizzazione sia di raccolta fondi.

Accanto alla produzione artistica, investiamo in modo significativo nella formazione, con l'obiettivo di far sbocciare i talenti, trasferire competenze e favorire la crescita di nuove professionalità. Attraverso programmi come AVANT Learn e MEGA - Music Efforts for Green Activism lavoriamo sullo sviluppo di competenze legate alla progettazione, al management e al fundraising culturale, ma anche sull'utilizzo della creatività come leva per l'impegno civico e l'attivismo ambientale. Collaboriamo con artisti, operatori culturali e comunità, offrendo metodologie e strumenti per sviluppare percorsi progettuali innovativi, consapevoli e socialmente responsabili.

Una parte centrale del nostro lavoro è dedicata alla solidarietà internazionale. Con Musica Etica organizziamo eventi che uniscono musica e raccolta fondi a sostegno di bambini e famiglie che vivono in contesti di conflitto. In pochi anni abbiamo contribuito a sostenere oltre 700 bambini e famiglie tra Medio Oriente e Africa, fornendo beni di prima necessità, acqua, pasti e materiali educativi. È il nostro modo di tradurre l'azione culturale in attenzione e sostegno alle persone in condizioni di vulnerabilità.

Allo stesso tempo, collaboriamo con scuole, enti locali e partner istituzionali offrendo attività di supporto, formazione e orientamento allo sviluppo professionale e organizzativo nel settore culturale e musicale, con l'obiettivo di rafforzare le capacità dei territori e valorizzare i talenti locali.

Ci piace pensare a Sud Sonico come a una piattaforma aperta, in cui la musica è certamente espressione artistica, ma anche un medium per attivare dialogo, riflessione, sviluppo umano e professionale e forme di partecipazione civica.

Prima di fondare Sud Sonico, ti sei affermato come consulente di fundraising con un focus sui mercati internazionali. In quali paesi hai maturato principalmente la tua esperienza?
Italia, Austria, Svizzera, Germania e Francia sono i Paesi nei quali ho maturato la parte più significativa della mia esperienza. Da un lato, ho lavorato come executive, consulente e advisor, oltre che in contesti di formazione e capacity-building in ambito accademico e non formale. In alcuni casi ho anche avuto modo di condividere esperienze e buone pratiche legate a strategie di fundraising sviluppate in contesti periferici, dimostrando, se anche fosse necessario, come anche i territori meno centrali e con meno infrastrutture possano generare modelli efficaci, sostenibili e replicabili.

Inoltre, ho sempre coltivato un forte interesse per la ricerca e la mappatura dei sistemi di finanziamento globali. Negli anni ho costruito una conoscenza strutturata, organizzata anche in strumenti e database operativi, dei principali sostenitori privati internazionali attivi nei settori dell'arte, della cultura e della formazione - e che oggi rappresenta una base concreta per orientare strategie di accesso a risorse e costruzione di partnership a livello europeo. Questo mi ha portato a interessarmi sempre più alla connessione e alla comparazione tra ecosistemi differenti, in particolare tra il Sud Europa e i contesti filantropici e istituzionali dell'area centro-europea.

Negli ultimi due anni, spinto dal lavoro svolto e dal desiderio di innovare, ho progressivamente indirizzato il mio lavoro verso una maggiore comprensione dei processi di allocazione delle risorse e delle logiche di investimento filantropico e di impatto, al fine di sviluppare modelli costruiti sulle esigenze delle organizzazioni non profit, dei beneficiari e dei territori. Considero questo patrimonio di conoscenze uno strumento concreto di trasformazione e sviluppo. Il mio obiettivo è, nel tempo, rendere una parte di queste risorse sempre più accessibile, anche in formati aperti, per contribuire alla crescita consapevole e responsabile dei progetti culturali e al rafforzamento delle competenze degli operatori, a Lecce come altrove.

Alla base del mio lavoro quotidiano, c'è la convinzione che il fundraising non sia solo uno strumento tecnico o una leva strategica, ma anche una vocazione ed una responsabilità non di poco conto. Il fundraising è de facto un modo per attivare processi di sviluppo più ampi, migliorare concretamente la qualità della vita delle persone e contribuire, anche attraverso la cultura, alla costruzione di dialogo, coesione e prosperità tra contesti diversi.

Ti occupi anche delle attività di fundraising per Sud Sonico: questo impegno si concentra principalmente in Italia o si estende anche a livello internazionale?
Essendo una piattaforma artistica con un approccio cross-settoriale e fortemente contemporaneo, nel tempo ho progressivamente orientato le attività di fundraising di Sud Sonico verso una dimensione internazionale. Ad oggi, infatti, la maggior parte dei nostri sostenitori proviene dall'estero. Collaboriamo principalmente con fondazioni, istituzioni culturali, ministeri degli esteri, ambasciate e donor internazionali che, rispetto al contesto italiano, dimostrano una maggiore apertura verso formati progettuali ibridi e linguaggi artistici contemporanei. Con questi partner abbiamo costruito relazioni basate su trasparenza, affidabilità, accountability e una visione condivisa orientata alla generazione di benefici per i beneficiari e a un utilizzo efficace delle risorse. Lavoriamo anche con fondi pubblici europei, in particolare nell'ambito dei programmi di formazione ed educazione. Ciò ci consente di curare e potenziare la nostra rete internazionale, esportare modelli sviluppati localmente e, allo stesso tempo, importare metodologie e pratiche innovative in ambito di capacity-building e sviluppo dei talenti.

Il rapporto con il sistema di finanziamento pubblico italiano è invece più articolato. Si tratta di un panorama che, per struttura e criteri di accesso, tende a privilegiare forme culturali più istituzionalizzate e consolidate - in ambito musicale, in particolare, la musica sinfonica, operistica, classica e da camera, oltre al jazz - o produzioni con una forte capacità di attrazione di massa. In questo scenario, progettualità legate a linguaggi contemporanei, indipendenti o sperimentali faticano spesso a trovare continuità di sostegno, pur con alcune eccezioni.

Il dialogo con i partner internazionali e la fiducia costruita hanno contribuito a consolidare gradualmente un modello operativo che nasce da questa tensione, se così possiamo definirla, tra contesti diversi. Un modello costruito nel confronto diretto con ecosistemi diversi, che oggi integra innovazione culturale, accessibilità e impatto sociale.

Puoi descrivere alcune sfumature o differenze culturali che hai riscontrato nei vari mercati internazionali del fundraising?
Per la mia esperienza, il fundraising è profondamente influenzato dall'ambiente culturale e istituzionale in cui si sviluppa. Al di là degli strumenti e delle strategie, si tratta soprattutto di comprendere come vengono percepiti concetti come fiducia, valore e collaborazione nei diversi ambienti. In questi ultimi anni, ho osservato come ogni sistema risponda a logiche proprie. In Italia, ad esempio, può capitare che il riconoscimento arrivi più facilmente quando un progetto e/o i leader che lo implementano hanno già ottenuto visibilità all'estero o ha consolidato un certo posizionamento. Questo, a volte, sposta l'attenzione dalla qualità intrinseca del lavoro verso elementi più legati alla reputazione e alla presenza nei circuiti giusti. Spostandomi verso contesti centro-europei, invece ho notato dinamiche diverse. In Svizzera, ad esempio, esiste una forte cultura dell'ascolto e una disponibilità al confronto che non si esprime solo attraverso il supporto economico, ma anche tramite consigli, connessioni e scambi informali. Allo stesso tempo, l'accesso non è immediato: la fiducia si costruisce nel tempo e richiede coerenza e continuità. Più in generale, in Paesi come Germania, Austria o Francia ho riscontrato un approccio inizialmente più cauto, ma che, una volta verificata affidabilità e qualità, tende a trasformarsi in relazioni solide e durature. È un processo magari più lento in ingresso, ma spesso più strutturato nel medio-lungo periodo. Un altro aspetto che trovo interessante è il modo in cui alcuni contesti bilanciano apertura e cautela. In realtà come il Regno Unito o i Paesi baltici ho incontrato sia ambienti molto collaborativi sia altri molto più selettivi e cautelativi, talvolta anche all'interno degli stessi ecosistemi. In questi casi, fanno molto la differenza le persone, le reti e l'allineamento valoriale. I Balcani sono forse il territorio che mi ha colpito di più: ho trovato un contesto certamente complesso, ma molto umano. Esiste una certa prudenza, probabilmente legata anche a dinamiche storiche, ma allo stesso tempo una grande autenticità nei rapporti. Quando si crea fiducia, la collaborazione diventa diretta, concreta e spesso molto sincera.

Queste esperienze mi hanno permesso di acquisire la convinzione che il fundraising non sia tanto una disciplina tecnica quanto una pratica profondamente relazionale. Saper leggere queste differenze e adattarsi senza perdere coerenza è, a mio avviso, essenziale per costruire collaborazioni solide e durature.

Come prepari un'organizzazione per il fundraising internazionale e quali sono le principali sfide in questo processo?
Preparare un'organizzazione al fundraising internazionale è un processo che varia molto in base alla sua dimensione, al livello di competenze interne, al track record e, soprattutto, al mindset.

Nel caso di organizzazioni piccole o di medie dimensioni, il lavoro inizia quasi sempre con una fase di analisi e allineamento. Si tratta di comprendere in modo approfondito cosa è stato fatto in passato, quali progetti sono in corso e quali successi, criticità e rischi latenti caratterizzano il contesto in cui operano, oltre a valutare quanto l'organizzazione sia pronta a sostenere un percorso internazionale, sia a livello operativo che strategico. In questo percorso, è fondamentale avviare anche una riflessione condivisa su visione, obiettivi nel breve, medio e lungo periodo, e sulle capacità di gestione, implementazione e reporting. L'analisi documentale è certamente utile, ma altrettanto importante è la dimensione umana e il confronto diretto: è spesso lì che emergono i principali fattori bloccanti, così come il potenziale inespresso. Questa fase preparatoria è generalmente la più delicata, perché richiede un vero e proprio allineamento di approccio, mentalità e linguaggio adeguato al dialogo con la filantropia, oltre a un rafforzamento delle competenze e degli asset organizzativi. Solo su queste basi è possibile costruire strategie di fundraising efficaci, in grado di generare valore nel tempo e ridurre i rischi legati alla gestione e alla compliance. Invece con organizzazioni più strutturate, alcuni di questi passaggi possono risultare meno intensi, o talvolta già consolidati.

Ad oggi, nel contesto culturale europeo, si riscontra ancora una certa fragilità diffusa in ambiti come lo sviluppo strategico, il fundraising verso il capitale privato e la capacità di lettura dei dati e dei contesti. Nonostante questo, ciò che mi colpisce positivamente è una forte capacità di resilienza, spesso accompagnata da un problem-solving creativo e intuitivo. Proprio questa resilienza rappresenta, a mio avviso, una delle caratteristiche più interessanti del settore: credo fortemente che con un rafforzamento delle capacità interne e una maggiore strutturazione dei processi, molte organizzazioni culturali potrebbero compiere un salto significativo, diventando più competitive e capaci di pianificare e ottenere un ritorno nel medio-lungo periodo.

Dal tuo punto di vista, quali sono attualmente i mercati del fundraising più interessanti o emergenti in Europa?
Per la mia esperienza, più che singoli Paesi, oggi è interessante osservare alcune traiettorie emergenti che stanno attraversando diversi ecosistemi europei. Si stanno affermando approcci filantropici e modelli di impact investing sempre più sperimentali, con una crescente disponibilità a sostenere progettualità innovative, anche accettando un certo grado di rischio. In alcuni casi, questo sta già generando risultati visibili nel breve periodo, cosa tutt'altro che scontata.

Un altro elemento rilevante è il fatto che sempre più fondazioni e piattaforme stiano evolvendo verso un approccio più strategico all'allocazione delle risorse. Non si tratta più solo di finanziare singoli progetti, ma di accompagnare le organizzazioni nel loro sviluppo, sostenendo anche costi indiretti, processi di ricerca e sviluppo e la costruzione di ecosistemi. Stanno emergendo nuovi strumenti, spesso ibridi, che mettono in relazione filantropia, investimento a impatto e innovazione finanziaria anche decentralizzata. Penso, ad esempio, alla crescente attenzione verso modelli di blended finance, a piattaforme che facilitano il matching tra donatori e organizzazioni - anche in settori e nicchie specifiche, come quello musicale, su cui si registra un crescente interesse - e a iniziative ad alta ambizione che aggregano capitali su larga scala per affrontare sfide comuni a territori differenti.

Un ambito che ho iniziato a seguire con interesse è anche quello della decentralizzazione applicata alla filantropia. È ancora un campo in fase iniziale, ma potrebbe aprire scenari interessanti in termini di trasparenza, partecipazione e nuove modalità di distribuzione delle risorse. Inoltre è sempre più evidente come specifici contesti europei, ed alcune aree asiatiche, stiano evolvendo ed innovando molto rapidamente. Ciò che mi sembra più rilevante oggi non è tanto dove si trovino i mercati più interessanti, quanto il fatto che stia emergendo un nuovo modo di intendere il fundraising: sempre più connesso, orientato alla fiducia, alla sperimentazione e alla capacità di sostenere l'innovazione anche accettando una componente di rischio. Per chi opera da contesti fuori dai principali centri decisionali e di networking, questi sviluppi rappresentano un'opportunità concreta di accesso a risorse, modelli e relazioni che in passato erano meno accessibili, o addirittura individuabili.

L'accesso a reti filantropiche e, più in generale, a risorse oltre i propri confini geografici non è mai stato così a portata di mano. Con competenza, responsabilità e trasparenza, le organizzazioni non profit possono oggi fare un salto di qualità e affiancare concretamente le fondazioni nel perseguire la loro missione.

Offri consulenza a clienti in tutta Europa? In caso affermativo, qual è il modo migliore per raggiungerti o contattarti?
Sì, la mia dimensione lavorativa è internazionale e lavoro regolarmente con organizzazioni e partner in diversi Paesi europei, sia in ambito consulenziale che progettuale. Sono raggiungibile via email o su LinkedIn, e sono sempre disponibile a conoscere nuove realtà, colleghi e abilitatori del cambiamento. È inoltre possibile incontrarmi in occasione delle principali conferenze, festival e appuntamenti internazionali legati al settore musicale, al fundraising, all'impatto sociale e alla filantropia.

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